ANIMA DEL VUOTO

 

NOME

In quasi tutti noi si cela il prepotente bisogno di considerarci strumenti nelle mani di altri, così ci liberiamo della responsabilità di atti imputabili ai nostri impulsi discutibili e alle nostre tendenze.

Si aggrappano a questo alibi sia i deboli che forti. I primi (deboli) nascondono le loro malefatte sotto la virtù dell'obbedienza. Ma anche i secondi (forti) esigono un assoluzione, e lo fanno proclamandosi strumenti di un entità superiore: Dio, la storia, capo carismatico, il fato, la nazione o l'umanità. Allo stesso modo, noi crediamo più nelle cose che imitiamo che in quelle che creiamo noi stessi. Le cose che hanno radici in noi non ci ispirano la stessa fiducia, non ci danno la stessa assoluta sicurezza. L'insicurezza deriva dalla solitudine, e quando imitiamo non siamo soli.  E' cosi per la maggior parte di noi, noi siamo ciò che gli altri dicono che siamo. Ci conosciamo per sentito dire.  Per poter cambiare, per diventare diversi, dobbiamo prima sapere dove siamo, cosa siamo, che cosa possiamo e dove vogliamo arrivare. Se non ci conosciamo non possiamo verificare se il cambiamento sarà vero o falso. Una cosa comunque é certa: hanno minore coscienza di sé quelli che non sono soddisfatti di se stessi, quelli che vogliono acquisire un altra identità. Avendo rinnegato il proprio ego non desiderato, non hanno mai potuto esaminarlo.  Ne deriva che le persone insoddisfatte non riescono né a simulare né a raggiungere un vero cambiamento. Sono, trasparenti, e le loro rinnegate (non desiderate) caratteristiche rimangono, nonostante tutti i tentativi di auto trasformazione. Ci rende trasparenti la scarsa coscienza di noi stessi. L'anima che conosce se stessa é forte e non fragile.

La paura nasce dall'insicurezza. Quando siamo assolutamente sicuri di qualcosa, di valere, per esempio, o anche di non valere, non abbiamo paura. Quindi anche la sicurezza di non valere può essere fonte di coraggio. Quando siamo assolutamente disperati o assolutamente potenti ci sembra possibile tutto. Entrambi gli stati d'animo ci rendono fiduciosi.

L'orgoglio é una sensazione di valore che deriva da qualcosa che non è organicamente parte di noi, mentre il rispetto di noi stessi deriva dalle potenzialità e dalle conquiste dell'io permanente. Noi siamo orgogliosi quando ci identifichiamo in un io immaginario, un capo, una giusta causa, una comunità o una proprietà comune.

Nell'orgoglio c' é timore ma anche intolleranza, l'orgoglioso é vulnerabile e intransigente. Minori sono le potenzialità e le possibilità dell'io,  più imperativo é il bisogno di orgoglio. Il nucleo dell’orgoglio é il rifiuto di se stessi.

Però l'orgoglio può anche scatenare energie e fungere da mezzo per il conseguimento, l'orgoglio può anche portare alla riconciliazione col proprio io e alla conquista del rispetto di se stessi.

Il riserbo può essere fonte di orgoglio. Paradossalmente il riserbo ha la stessa funzione della vanità. Entrambi producono idee sbagliate. La vanità da origine a un io immaginario, il riserbo ci fa credere di essere principi sotto umili spoglie, dei due il più difficile e il più efficace é il riserbo.

La vanità in realtà  dà luogo a disprezzo di se stessi. Tuttavia, come dice Spinosa, "per l'uomo niente è più difficile che tenere a freno la lingua. Gli é più facile tenere a freno i desideri che le parole".

Però l'umiltà non é la rinuncia all'orgoglio, ma la sostituzione dell'orgoglio con l'autocoscienza e l'obiettività.

La forzata umiltà e falso orgoglio.

Quando l'uomo é lasciato a se stesso, quando ha la libertà della sua "impotenza", quando deve giustificare la sua esistenza con i propri sforzi, si mette in moto un processo fatale.  Nello sforzo di realizzarsi e di dimostrare il proprio valore ,  l'uomo autonomo ha creato tutto ciò che di grande esiste nella letteratura, nell'arte, nella musica, nella scienza e nella tecnologia. Ma quando non riesce a realizzarsi né a giustificare la sua esistenza con i propri sforzi, esso diventa il terreno di cultura di tutte le frustrazioni e il seme dei rivolgimenti che scuotono il nostro mondo dalle fondamenta . L'uomo autonomo è stabile solo finché ha rispetto di se stesso. La conservazione del rispetto di se stesso é un compito che non ha mai fine, che impegna tutte le sue forze e tutte le sue risorse interiori. Deve dimostrare di valere e deve giustificare la sua esistenza ogni giorno. Quando, per qualche ragione, non riesce a rispettare se stesso, l'uomo autonomo diventa un entità altamente esplosiva. Si allontana dal proprio io non promettente e si accanisce nella ricerca dell'orgoglio, l'esplosivo surrogato del rispetto di se stessi. Tutti gli sconvolgimenti  sociali hanno le loro radici in crisi di auto sfiducia dell'uomo, e il grande sforzo nel quale le masse si uniscono più prontamente è in sostanza una ricerca di orgoglio.

Quando noi acquistiamo la certezza di valere, o sviluppando i nostri talenti, le nostre doti naturali (cioè realizzandoci), o agendo o identificandoci in qualcosa che é fuori di noi (una causa, un capo, un gruppo, una proprietà ecc.). La via più difficile é quella dell'auto realizzazione.

La imbocchiamo solo quando le altre strade che portano alla conquista della certezza di valere sono sbarrate. Gli uomini di talento vanno incoraggiati e spronati a intraprendere un attività creativa. I loro lamenti, le loro grida, le loro recriminazioni  si levano alte attraverso i secoli. E' stato detto che il talento si crea le occasioni da sé.  Talvolta tutta via il desiderio, il desiderio intenso sembra creare non solo le occasioni ma il talento stesso. La strada maestrale é l'azione (essere, fare, avere). La via che porta alla conquista della fiducia in se stessi e della stima di se stessi è l'azione.

Questa strada é  percorribile dalla maggior parte degli uomini, e i risultati  di questa scelta sono tangibili. Quando é aperta, in essa confluiscono tutte  le energie. Coltivare lo spirito é difficile e può essere deludente, e i risultati raramente sono genuini, mentre le opportunità di agire sono molte. La propensione per l'azione é sintomo di carente equilibrio interiore. Essere equilibrati significa essere inattivi non inquieti. L'azione occupa il gradino più  basso (agire inquieti equivale a muovere le braccia per riacquistare l'equilibrio e rimanere a galla). E se è vero come scrisse Napoleone a Carnot che "l'arte di governare consiste nel tenere gli uomini in attività inquietante,  nel non lasciare che gli uomini rimangano inoperosi" essa é l'arte  di  favorire gli squilibri. La sostanziale  differenza tra un regime  totalitario e un ordine sociale libero sta forse nei metodi usati per promuovere gli squilibri, che tengono i popoli in preda ai  desideri e attività inquiete.  I tempi dl mutamenti  drastici  sono tempi di passioni. Essere  preparati  ad affrontare cose completamente  nuove é impossibile.  Prima dobbiamo adeguarci, e ogni  adeguamento  radicale é un momento di crisi  nel quale  viene  a  mancare la fiducia  in se stessi, dobbiamo affrontare una prova, dobbiamo cimentarci. Quindi un individuo o un popolo soggetto a un  mutamento drastico é  un popolo di spostati,  di disadattati, e  i disadattati  respirano e  vivono in  un clima  passionale. Desiderare  ardentemente una cosa non significa sempre desiderare  proprio quella cosa o avere  una  particolare  inclinazione per essa.  Spesso la cosa cui aneliamo con tutte  le  nostre  forze  sostituisce  un altra cosa che vogliamo veramente e non possiamo avere. Talvolta  l'esaurimento di un  desiderio a lungo accarezzato non appaga  l'ansia che  ci  tormenta.  In ogni  ardente  desiderio conta  più il desiderio della cosa  desiderata. La  nostra  sensazione  di  potenza  é  maggiore quando riusciamo a  piegare la volontà di una  persona che  quando conquistiamo il  suo cuore, perché il suo cuore un giorno possiamo possederlo e il giorno dopo perderlo,  mentre  quando pieghiamo uno spirito fiero  (ma anche il nostro)   ne  diventiamo  effettivamente i padroni assoluti.  Più che  il  senso  di giustizia é la pietà  che  ci  impedisce  di essere  ingiusti con i  nostri simili.  Questione  é, se esiste  la  tolleranza istintiva o naturale?  La tolleranza richiede  uno  sforzo mentale e  autocontrollo.  Anche le  buone  azioni  raramente vengono  fatte  d' impulso,  senza pensare. Sembra quindi che una certa artificialità,  una certa  dose  di  affettività  e  di  finzione sia inseparabile  da ogni atto o  atteggiamento che  comporti  una  limitazione  dei  nostri  appetiti e  del nostro  egoismo.   Dobbiamo  diffidare  delle  persone  che  non  ritengono  necessario  lavorare  sull'onestà  e  la  bontà .  La  presenza  di  ipocrisia  in  queste  cose  rivela  mancanza  di  pietà e  di tolleranza. Spesso é una tappa indispensabile sulla via  della genuinità. E'  un  modello nel quale  affluiscono e  si consolidano inclinazioni  genuine.  Il controllo del nostro essere  non  é  dissimile  dalla  combinazione  di una  cassaforte.  Non basta  un giro per aprirla.  Ogni movimento in avanti e  indietro  (esperienza positiva e  negativa)  è un  passo verso la conquista  di  sé stessi.   Nell' Anima  del  Vuoto non  si  propone  di  danneggiare, é  uno dei  modi mediante  i  quali  la  vita ci  rivela  i  suoi  segreti. Noi  riusciamo  a capire gli  altri solo  quando  riusciamo  a  capire  noi  stessi.  E  l'Anima del Vuoto é un passo verso la  conquista  dell' autoconoscienza.  La  base  dell'  Anima  del  Vuoto è  l'  autoconoscienza, che  é indispensabile  non  solo  per  apprendere  un' arte  o  qualsiasi  cosa,  ma  anche  per vivere  da  esseri  umani .  Imparare  nell' Accademia  l' Anima  del  Vuoto  non  è solo cosa  e  come ricercare  e  raccogliere  conoscenze  e  schemi  stilizzati, é invece  scoprire  cause dell'  ignoranza. Quando  sentite  dire  che  l' Anima  del  Vuoto è diversa  da  "questo"  o  da "quello" ,  che  il  nome  "Anima del Vuoto"  va  cancellato,  allora  ricordate  che questo è si  solo  un  nome.  Per  favore  non  litigate  o  formalizzate  é  soltanto un  nome.

 

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